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15 apr 2010

La difficile rivoluzione della rete tra libertà e responsabilità

di Cristian Fuschetto

Smisurato spazio di libertà o inespugnabile rete di controllo? Moltiplicatore di diritti o soppressore di ogni residuo lembo di intimità? Come spesso accade non ci sono risposte univoche. Il mondo digitale tracciato da Internet è l’una e l’altra cosa e la cronaca di questi ultimi tempi sta denunciando in modo esemplare le contraddizioni di una rivoluzione che sta trasformando, o forse ha già trasformato, le nostre vite. Al centro delle vicende c’è, e non potrebbe essere altrimenti, il super motore di ricerca di Mountain View, divenuto ormai per la stragrande maggioranza degli utenti la quotidiana finestra sul web.

Nel gennaio scorso le prime avvisaglie di crisi: Google minaccia di abbandonare la Cina. Il clamoroso annuncio arriva al termine di una lunghissima serie di tensioni e malcelate frizioni fra il colosso di Internet e il Governo di Pechino. Il casus belli è innescato dalla scoperta che la versione cinese del motore è da tempo fatto oggetto di attacchi sempre più frequenti da parte di hacker cinesi. Il sospetto che rende particolarmente grave la cosa è che gli hacker in questione siano funzionari di regime al servizio della censura di Stato. Per reazione Google decide di porre fine alla politica “collaborazionista” in virtù di cui, pur di avere accesso al mercato online più grande del mondo, si era fin lì prestata e di non filtrare più le informazioni giudicate scomode dal regime. «Basta», dicono i dirigenti di “big G”, «d’ora in poi anche in Cina la rete dovrà cominciare a essere libera, senza censure». La notizia fa immediatamente il giro del mondo e il caso, da economico e finanziario, diventa immediatamente politico. Il Segretario di Stato Hillary Clinton, forte della secca posizione di Obama a favore della "inviolabile libertà di Internet”, tiene uno storico discorso, tra l’altro trasmesso online in tutto il mondo, sulla libertà della rete: «Mai come in questo periodo – dice - l'informazione è stata libera e globale. O avrebbe la libertà di esserlo. L'accesso libero all'informazione è fondamentale per la democrazia», e aggiunge che «la possibilità di operare con fiducia nel cyberspazio è critica in una società e in un'economia moderne».
Il conflitto internazionale tra i corifei della libertà (Google-Usa) e quelli della repressione (Cina) sono ancora in corso quando scoppia un nuovo “cyber-caso”. Questa volta in Italia. La situazione è ben diversa e a farla da protagonista non sono le azioni criminose di hacker assoldati dallo Stato ma i comportamenti vergognosi di alcuni minorenni che dileggiano un loro compagno di scuola affetto da autismo, filmano il tutto con un telefonino e poi pubblicano la loro “impresa” su una piattaforma video targata Google (“Google Video”). Dopo le attese sentenze di condanna pronunciate nei confronti dei ragazzi, arriva anche l’inattesa sentenza di condanna per alcuni dirigenti di Google. E proprio qui sta il punto. Infatti, per la prima volta al mondo da quando è nata Internet, un tribunale penale condanna i dirigenti di un provider per la pubblicazione di contenuti sul web. Sebbene si tratti di una condanna per violazione della privacy e non per diffamazione (nel qual caso il social network sarebbe stato di fatto equiparato a un normale organo di informazione, come un giornale o una tv, con tutti i doveri di controllo che ne conseguono), il pericolo che si costituisca un pericolosissimo precedente internazionale per la libertà della rete è dietro l’angolo. Marco Pancini di Google Italia esprime il concetto in modo chiarissimo: «La sentenza è un attacco ai principi fondamentali di libertà sui quali è stata costruita Internet. Se viene meno il principio che la responsabilità dei contenuti è esclusivamente di chi li carica in rete, cade di fatto la possibilità di offrire servizi su Internet». I pm milanesi non la pensano così: «il diritto d'impresa – spiegano - non può prevalere sulla dignità della persona».
Chi ha ragione? La libertà della rete non ammette alcuna restrizione o è comunque possibile introdurre un qualche principio di responsabilità? Se nel caso cinese, dove le autorità hanno provato ad allungare le mani sui dati personali di oppositori politici e di zittire le loro idee, la difesa della libertà di Internet appare ovvia, le cose cominciano a farsi più complesse quando in gioco c’è il dovere di tutelare la dignità delle persone, soprattutto dei più deboli. Ma qui bisogna fare attenzione, perché a differenza dei tradizionali mezzi di comunicazione, dove c’è un centro a partire da cui le notizie si diramano verso gli utenti, Internet non ha centro e l’utente è contemporaneamente produttore e fruitore delle informazioni “caricate”. Su un social network come lo era “Google Video”, e come lo sono “You Tube” o “Faceboock”, vengono caricati centinaia di migliaia di contenuti al giorno e un controllo preventivo, come richiesto ai media tradizionali (questo, in sostanza, prevederebbe il cosiddetto “decreto Romani”) significherebbe semplicemente farli scomparire, insomma “buttare l’acqua con tutto il bambino”.
Come calibrare libertà e responsabilità? Stefano Rodotà ha colto da par suo il merito della questione sottolineando come sia ormai «venuto il tempo non di regole costrittive, ma dell´opposto, di garanzie costituzionali per le libertà in rete, di un Internet Bill of Rights». La libertà, spiega l’illustre costituzionalista, non deve «valere solo contro l´invadenza degli Stati, ma si proietta anche verso i nuovi “signori dell´informazione” che, attraverso le gigantesche raccolte di dati, governano le nostre vite. Di fronte a tutto questo la parola “privacy” evoca non solo un bisogno d´intimità, ma sintetizza le libertà che ci appartengono nel mondo nuovo dove viviamo. E Google ci racconta questa compresenza di opportunità per la libertà e di potere sovrano senza controllo. Non un Giano bifronte, però, ma un intreccio che può essere sciolto solo da una iniziativa “costituzionale” che trovi proprio nella rete le sue modalità di costruzione». Le parole di Rodotà sono molto utili non solo per la semplicità con cui esse ci trasmettono la consapevolezza di un problema complesso e articolato come quello significato dalla parola “privacy”, ma a mio giudizio sono ancora più utili perché ci conducono dritte al nocciolo di una questione più grande ancora, quella dell’impossibilità di tranciare con furia manichea, nel “nuovo mondo” inaugurato dalla rete, l’ambito della libertà e quello del controllo, ovvero ci rimandano alla paradossale «compresenza» dell’aspirazione anarcoide ad una defintiva emancipazione da ogni autorità e di quella orwelliana a una sorveglianza totale. Del resto, di questo «intreccio» di aspirazioni e suggestioni si alimenta fin dalla sua nascita tutto il dibattito culturale che gira intorno a Internet. Ecco un paio di esempi.
Pierre Lévy, filosofo della tecnica, celebre teorico dell’”intelligenza collettiva”, guru della rivoluzione digitale, è uno dei più celebri intellettuali della schiera dei tecnoeuforici. Lévy concepisce Internet come una nuova tappa del progresso della libertà umana, un autentico «strumento di emancipazione in tempo reale». In questo senso non credo sia azzardato ritenere Lévy come uno degli ultimi militanti post-hegeliani. Ai suoi occhi lo Spirito di cui parlava il filosofo tedesco si sostanzializza nei media e il progresso dello Spirito verso l’autocoscienza diventa il progresso dei sistemi di comunicazione verso l’autotrasparenza e la piena libertà. I più significativi passi in avanti compiuti dall’umanità si sono infatti sempre accompagnati a delle innovazioni degli strumenti di comunicazione, cioè a quelle che lui chiama delle «mutazioni nel processo dell’intelligenza collettiva». Pensiamo alla scrittura, la quale ha dato “memoria” al linguaggio, e poi all’alfabeto, che ha reso la scrittura accessibile a tutti, quindi alla stampa, che con la riproduzione automatica del sapere ha di fatto determinato un’«immensa apertura dello spirito». Ora, con la messa in rete di tutti i “cervelli” digitali (si calcola che ormai siano più di un miliardo i personal computer in uso nel mondo), siamo già nel pieno di una nuova rivoluzione: stiamo facendo ingresso nel «grande corpo virtuale del cyberspazio». E, a suo dire, il «diffondersi del cyberspazio ci porterà in un sol colpo più libertà, individuale e collettiva, ma anche più comunicazione e interdipendenza» (P. Levy, Cyberdemocrazia. Saggio di filosofia politica, Mimesis, Milano 2008, p. 33). Insomma, il destino della democrazia sembra legato a quello del cyberspazio dal doppio filo dell’aspirazione alla libertà e della moltiplicazione dell’intelligenza collettiva. Sparuto superstite dell’illuministica fede nel progresso, Lévy arriva a sostenere che lo Stato, grazie alla rete, arriverà a trasfigurarsi da «testa della società a specchio grazie a cui l’intero corpo sociale - che nella civiltà del sapere si troverà quasi interamente in una testa immateriale – potrà percepire la sua complessa unità e il suo instancabile processo di funzionamento» (Ibid., p. 157). A garantire che la cyberpolitica non degeneri in qualche forma di cyber totalitarismo sarebbe, per Lévy, la natura stessa della rete: Internet è di per sé incontrollabile, è il luogo della trasparenza e, soprattutto, è un’enorme impresa di costruzione collettiva del sapere, impresa assolutamente libera perché strutturalmente priva di qualsiasi centro. Ma c’è davvero di che essere così ottimisti? Il cyberspazio è davvero la Nuova Frontiera dell’autogoverno comunitario? Davvero le gerarchie e le asimmetrie del mondo reale si tramuteranno, nell’incipiente cyberdemocrazia, in simmetrie e rapporti di reciprocità?
Un attento studioso dei nuovi media come Carlo Formenti ci invita a essere un po’ più scettici. In Cybersoviet. Utopie postdemocratiche e nuovi media (Raffaello Cortina, 2008), titolo di per sé già molto eloquente, Formenti punta l’indice proprio su alcune “mitologie” che aleggiano intorno alle potenzialità della società dell’informazione e dell’”era dell’accesso”. Tra le tante se ne considerino almeno un paio.
“La rete non può essere controllata”, ripetono come un mantra i suoi apologeti; la rete sfugge per definizione a ogni controllo, dicono, perché essa reagirebbe a ogni tentativo di controllo e di censura come se si trattasse di una disfunzione tecnica. Falso, dice dal canto suo Formenti enumerando le opinioni e gli studi fatti in proposito da autorevolissimi esperti, da Lawrence Lessig a Manuel Castells (Cfr. L. Lessig, Code and Other Law of Cyberspace, Basic Books, New York 1999; M. Castells, Galassia Internet, Feltrinelli, Milano 2002). La blindatura del confine telematico cinese che cos’è se non un controllo “dall’alto” e di “vecchio stampo” della potenza progressista e libertaria della rete? Blindature del genere, tra l’altro, vengono spesso realizzate dalle stesse corporation che proclamano di vendere le “tecnologie della libertà”, come ha fatto fono a poco tempo fa (sempre che il “collaborazionismo” sia davvero finito) Google. Insomma: con una mano si dà e con l’altra si toglie!
Accanto a quello dell’incontrollabilità, un altro mito assai diffuso sulle reti è quello secondo cui dall’interconnessione globale e caotica emergerebbero sistematicamente nuove e ordinate forme di intelligenza. “Lo sciame è sempre intelligente”, ripetono in questo caso i devoti del web. In realtà si tratta della riedizione in salsa cyber della teoria della mano invisibile di Smith: al posto della spontanea autoregolamentazione dei mercati, i tecnoeuforici alla Lévy credono in una mano “virtuale” che condurrebbe alla spontanea autoregolamentazione della rete. «Occorre tuttavia riconoscere – precisa Formenti – che Smith attribuiva al dio mercato virtù taumaturgiche meno ambiziose di quelle che i visionari delle nuove tecnologie associano al dio rete; […] per i profeti della rivoluzione digitale, le interazioni spontanee fra i comportamenti di milioni di individui in rete non producono solo benessere economico, ma anche libertà politica e partecipazione democratica, riduzione delle disuguaglianze e delle ingiustizie sociali, empowerment del cittadino/utente/consumatore» (p. 240). Nonostante l’innegabile salto epistemologico e partecipativo prodotto dai new media, il rischio è che il cyberspazio continui a riprodurre le stesse posizioni di dominio del mondo reale, con l’aggravante però della gioiosa complicità degli internauti. Si pensi ad “Amazon” o a “You Tube”. Nel primo caso milioni di lettori vengono sollecitati a diventare recensori, col risultato di metter su un potentissimo strumento di “profilazione” dei gusti degli utenti. Nel secondo, grazie alle pubblicazioni video degli utenti, l’industria culturale finisce per trovarsi in mano, a costo zero, un formidabile strumento per monitorare gusti e tendenze o per selezionare nuovi talenti. Guadagni colossali in cambio di un po’ di gratificazione narcisistica.
Libertà o responsabilità, legittimo controllo o odiosa repressione, gratuita esplosione di creatività o cinico sfruttamento capitalistico. Come in ogni passaggio epocale si tratta di contemperare eccessi euforici e catastrofistici. Si tratta di trovare nuove forme a vecchie, ma sempre fondamentali, istanze di libertà, di giustizia e di tutela dei più deboli.

Cristian Fuschetto

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